domenica 3 gennaio 2010

Blob: i berluscones escono a pezzi dalla puntata del 31... per chi se l'è perso eccolo!!!


di Malcom Pagani e Luca Telese

Fine di un altro decennio epocale, la solita ora, il solito canale, Raitre. La voce è quella di Ronald Lee Ermey, attore ed ex marine che in Full Metal Jacket, recitò un raggelante monologo (scritto da sé medesimo). In sovrimpressione, mentre il fuoco (ma che fuoco, è quello di Fareneith 451 di Truffaut) arde ciò che rimane della minaccia culturale, scorrono gli ovali annuenti dei ministri berlusconiani colti nella messa ultraortodossa di Porta a porta. Sorridono, fanno sì con la testa, mentre l’audio rimanda al militarismo fideistico di Kubrick, all’asservimento senza soluzione, alla costrizione gerarchica del potere che conosce i segreti e la maniera di perpetuarsi.

Tra Berlusconi e Kubrick. "Sono il sergente maggior Hartman, vostro capo istruttore. Da questo momento potete parlare soltanto quando lo dico io e la prima e ultima parola che dovrà uscire dalle vostre fogne sarà ‘signore!’. Tutto chiaro luridissimi vermi? (Ronchi, Alemanno, Gasparri, Bocchino, Meloni, Matteoli. Sorridono, inclinano il capo in segno di assenso ndr.) Ma che cazzo non vi sento! Se voi signorine finirete questo corso sarete dispensatori di morte. Ma fino a quel momento siete uno sputo, la più bassa forma di vita che ci sia nel globo, non siete neanche fottuti esseri umani solo pezzi informi di materia organica anfibia, comunemente detta merdaaaa!".

Solita rivoluzione. Per l’ultimo giorno dell’anno, la solita rivoluzione. Vent’anni dopo, Blob lotta e vive insieme al dissenso. Ne interpreta confini e limiti, li supera, abbaia da cane da guardia di un sistema che nonostante minacce, ammonimenti e cupe riunioni nei piani alti di viale Mazzini, ancora non ha trovato modo per sbarrargli la strada.

Veneziani disse no. Un giorno Marcello Veneziani, consigliere di amministrazione nominato in quota An (ma anche un intellettuale dallo spirito indipendente) ricevette una telefonata imperiosa di Berlusconi in persona: "Scusami Marcello, mi devi fare un favore...". Fece appena in tempo a chiedere: "Quale?". Berlusconi esplose come un fiume in piena: "Ma come quale? Ma l’hai vista l’ultima puntata di Blob? Era tutta su di me, tutta contro di me! Dovete chiuderlo, chiuderlo subito quel programma". Veneziani rispose che non l’aveva vista. E Berlusconi: "Macchisenefrega! Non importa. Anche la penultima era contro di me. E anche quella prima. Anzi, non c’è puntata di Blob che non sia contro di me. Anche quando non parla di me!". Alla fine, dopo tante telefonate di questo tipo, Veneziani riuscì a dribblare la richiesta censoria: "Ammesso che sia vero, se Blob venisse chiuso il danno sarebbe molto più grande che se resta aperto e fa il 10% di share". Non era vero. Ma Berlusconi come è noto si ritrovò immerso in altri guai e la trasmissione si salvò.

L’Esordio. Iniziarono quasi clandestinamente il 17 aprile 1989. L’ex studente di filosofia morale Enrico Ghezzi intento a declamare massime tra lo ieratico e il minaccioso: "Nella vita odio la soddisfazione". C’erano anche Marco Giusti poi approdato alla sua vera passione (i b movies italiani anni ‘70), il montatore Ciro Giorgini e il fondamentale appoggio di Angelo Guglielmi (che voleva chiamarlo Fluff!).
Una moviola, qualche vecchio spezzone cinematografico della Metro Goldwyn Mayer, frammenti di telegiornale e Carosello, frullati insieme per rappresentare ambiti di realtà inaccettabile. Quella sigla di trash horror, con il blob che dilaga come una colata di lava divorando immagini e cose. Controinformazione allo stato puro, sovversione non autorizzata, plauso della critica (Oreste Del Buono e Beniamino Placido gridarono al miracolo) e inevitabili reazioni.

Da Blob una striscia serale, prima sperimentale e divenuta poi, con il tam tam, irrinunciabile appuntamento. In origine avrebbe dovuto presentarlo Sabina Guzzanti: poi si rinunciò a qualsiasi mediazione. Quando ogni tanto saltava dal palinsesto, (e accadeva, eccome), negli uffici Rai iniziava a piovere lettere inferocite. Allora si poteva continuare, senza cedere di un metro, perdendo elementi per strada (Giusti confessò che dopo due anni di cattività nella prigione del montaggio, sognava "fughe e palme tropicali"). Si continuava consultando avvocati e studi legali, per parare rabbia, querele e rivendicazioni insidiose sui diritti d’autore.

Tra il Papa e Pirrotta. Blob era un’equazione, senza risultato, di accostamenti eretici: uomini di stato, televisione o spettacolo colti in atteggiamenti incongrui che oggi sembrerebbero un manifesto d’innocenza. Dalle corna di Leone, era passato un decennio lungo un secolo. La politica si era infilata con sconsolante rapidità nel mutamento dei costumi, assecondando l’onda nera dei tempi, il nichilismo, l’orrore corrente: torte in faccia ai ministri al Bagaglino, tette e deputati. Cossiga era stato blobbato con le mani nel naso ma non se l’era presa.
Altri, i più impensabili, avevano stretto nodi gordiani con la Rai pretendendo l’esclusione delle immagini dall’accostamento blobbistico (Nanni Moretti, il Vaticano, Adriano Celentano). Altri ancora, come il giornalista Onofrio Pirrotta, avevano denunciato. Nel caso di Pirrotta a provocare l’esondazione dell’ego, fu Gassman. Il volto di Vittorio, mandato ripetutamente in onda per settimane: "Guarda che bella faccia di cazzo! Non ne ho mai vista una simile!” legato all’ovale di Pirrotta impegnato nell’intervista di prammatica a Craxi, era costato al cronista una corvée quotidiana nei corridoi. Così, rotti gli argini, il popolo dei risentiti si armò di bandiera e tamburo.

Querelarono associazioni religiose e ministri (Beppe Pisanu), conduttrici televisive (Donatella Raffai), sconosciuti televenditori di pentole, tappeti e appartamenti. Il cerchio, in una società in cui ogni cosa aveva un prezzo, tendeva inesorabilmente a chiudersi. L’avvento di Berlusconi, l’indignato timbro brianzolo: "Una legge illiberale...", fornì un nuovo sterminato e duttile materiale, un format nel format. Il blob su Berlusconi, dal primo storico e sconvolgente montaggio del 1994, fino a quello di ieri, è metatelevisione. Da vero nemico pubblico, Dillinger della nostra epoca liquida, Blob mise a fuoco il suo obiettivo sul Cavaliere senza lasciarlo più. In qualche modo il lamento di Berlusconi aveva un fondamento: "Guardatelo, è un killeraggio continuo!". Incredibilmente il leader di Forza Italia non si rendeva conto che essendo lui stesso un’incarnazione della tv, per un programma che era il grado zero della tv non poteva essere altrimenti.

I sopravvissuti della banda, e tutti i nuovi acquisti senza volto o voce, non si sono spaventati: continuano a interpolare vero e verosimile, falso e possibile.
Così l’altro ieri bastava osservare l’orgia di Satyricon, ascoltare le note di De Andrè su Santoro: "Si è impiccato Michèèèè", vedere Citizen Kane, scorgere B. danzare tra Apicella, Porto Rotondo, Obama e Patrizia D’Addario, sentire la narrazione fuori campo orchestrata da Orson Welles 69 anni fa: "L’imperatore della stampa aveva continuato a dirigere il suo impero in disfacimento tentando invano di influenzare come in passato i destini di una nazione che aveva cessato di ascoltarlo e che non credeva più in lui" per finire in un presente senza tempo.

E che dire degli 11 minuti "stracult" (vocabolo da dizionario blobbistico) di Fabrizio Corona allo stato puro? Corona che fa un provino finto per James Bond (ma lui non lo sa), che insulta Alessio Vinci, con il codino, con il il ciuffo! Corona scalpato che viene interpolato dal primo piano (vero) del culo di una ballerina che si arrampica su una scala in un varietà. E poi di nuovo Berlusconi, Milano2, la Sicilia, le trame oscure, il quarto potere. In una discesa continua di cui non si scorge fondo né velocità. Per dirla con il sergente Hartman: “Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani”.

I blobbisti si sono infilati negli interstizi di viale Mazzini come una repubblica corsara: hanno un loro archivio, le loro fonti, follìa e metodo. Blob è violento? Ride Marco Giusti: “L’unica cosa violenta che ho visto è il Tg1 di Minzolini. Con quell’annunciatrice da tv balcanica che legge le veline. Violenza è Unomattina con i conduttori che salutano Berlusconi dicendo: 'Questa è casa sua torni quando vuole!'. Qui, da noi, c’è quel grido di Blob, fin dal film di Irvin Yeaworth del 1958: "È la cosa più orribile che ho visto in vita mia!". Fino a ora e prima di domani.

Da Il Fatto Quotidiano del 2 gennaio

GUARDA IL VIDEO IN TRE PARTI
1
http://www.youtube.com/watch?v=gT9Ii-C5lJ8

2
http://www.youtube.com/watch?v=QEEBgYrsSLA

3
http://www.youtube.com/watch?v=2tvzd7GFVls

mercoledì 30 dicembre 2009

''In Calabria altro che P2''. Ecco perche' hanno fermato De Magistris. Parla Gioacchino Genchi !!!


di Nello Trocchia.

Sembra la P2, ma non lo è, gli somiglia molto.

Una rete di intrighi, relazioni pericolose tra mondo della finanza, imprenditoria, politica e magistratura. Inseguono interessi di parte, scoperti da un magistrato rigoroso, messo alla porta. Ma non è solo la storia delle inchieste di Luigi De Magistris questo libro, il caso Genchi, edizioni Aliberti, a cura di Edoardo Montolli, è il racconto di un’Italia sepolta da trame, affari, incroci e patti luciferini. La seconda Repubblica nata dalle stragi degli anni ’90, via D’amelio si incrocia con Why not, la mega inchiesta del pubblico ministero napoletano, e in entrambe balzano fuori gli stessi nomi. C’è l’amara consapevolezza che quello che ci fanno vedere è la minima parte, dietro il proscenio c’è la verità ansimante, ridotta a brandelli. Ripercorriamo alcune significativi tasselli di questa trama oscura. Gioacchino Genchi, un funzionario di polizia, è stato superconsulente delle procure, ha seguito le indagini sulle stragi e altre inchieste sugli scandali che hanno attraversato il paese. Qualche settimana fa l’ex ministro Claudio Martelli si chiese ma chi è questo Genchi?

Le stragi, l’impegno di Martelli e il grand hotel dell’Ucciardone
Genchi, quasi sorride. “ Con Martelli ci siamo rivisti e ho chiarito. Si è ricordato di me. Devo riconoscere che fu il ministro che la sera del 19 luglio del 1992 ebbe il coraggio di firmare il provvedimento che dispose il carcere duro dei mafiosi. Fui incaricato io di trasferire i boss dall’Ucciardone al carcere di Pianosa. Un passaggio particolare trovammo i boss nel grand hotel dell’Ucciardone che brindavano. Li prendemmo e li trasferimmo nel super-carcere di Pianosa. Fu l’unica volta in cui lo stato sorprese la mafia”. Genchi è un archivio vivente, i ricordi li corrobora di una percettibile amarezza per quanto è accaduto, per le menzogne che gli hanno riversato addosso in questi mesi. Berlusconi ha detto: 'sta per uscire uno scandalo forse il più grande della repubblica, un signore ha messo sotto controlla 350 persone'. “ In vita mia non ho mai fatto una sola intercettazione, dico una. Il mio lavoro era analizzare le intercettazioni fatte dalla polizia giudiziaria, come le analizzavano gli avvocati. Io ho lavorato su dati di traffico, su tabulati, su informazioni oggettive sempre con provvedimenti legittimi dell’autorità giudiziaria, e solo per l’autorità giudiziaria ho lavorato. Il mio lavoro è stato vagliato non solo dai giudici e dai pubblici ministeri, ma è stavo vagliato anche dagli avvocati”.

Ascolta la prima parte dell’intervista
http://www.articolo21.info/ECONEWS/genchiuno.mp3


Da via D’Amelio a Why not
Nel libro si incrociano storie e personaggi che ritornano. “ E’ un libro per i giovani, un thriller, il problema è che tutto è vero, terribilmente vero”. E tra gli incroci uno è pericoloso oltre che inquietante. Protagonisti che orbitano nella stagione delle stragi, via D’Amelio dove morirono Paolo Borsellino e la sua scorta, e ritornano in Why not, l’inchiesta di Luigi De Magistris, affossata da veti e epurazioni. “ In alcune intercettazioni che riguardavano Saladino e un suo amico imprenditore si fa riferimento ad un altro personaggio legato alla compagnie delle opere di Saladino che era stato intercettato dalla procura di Caltanissetta nell’ambito delle indagini sui mandanti occulti delle stragi”. Inchieste bollenti quelle di De Magistris. “ Indagini fermate perché guardavano a 360°, riguardavano uomini di sinistra e destra, imprenditori e apparati dei servizi, mondo dell’informazione. Questo ha provocato la reazione compatta di questo comitato di affari. Sono saltati tutti quelli che indagavano prima il capitano Zacheo, il pm De Magistris, i magistrati di Salerno che provavano a far luce sulla vicenda e il consulente che aveva raccolto i dati che si volevano nascondere”. Si è parlato di una nuova P2, ma per Genchi la definizione è riduttiva. “ La P2 prevedeva una modifica sostanziale degli apparati dello stato, il controllo di magistratura e informazione, ma non c’è traccia del controllo dei partiti di opposizione. Per Gelli non era possibile prevedere tutto questo, all’epoca il partito comunista aveva un segretario che si chiamava Enrico Berlinguer. Non erano tempi per inciuci o accordi sottobanco”.

Ascolta la seconda parte dell’ intervista
http://www.articolo21.info/ECONEWS/genchidue.mp3


Il corto circuito informazione, magistratura: il caso Fortugno.
Sul caso Fortugno, ma anche sulla strage di Duisburg, emerge un corto circuito di rapporti tra magistrati, giornalisti. Tutto ruota attorno ad una fuga di notizie che inquieta perché riguardava indagini delicatissime. Roba che scotta e che al momento resta rinchiusa nel libro e nessuno pone domande e solleva il caso. “ C’è un corto circuito casuale. Viene tutto fuori da approfondimenti su alcuni giornalisti e su uno in particolare, a riscontro di alcune dichiarazioni della Merante sul controllo dell’informazione in quella fase di ascesa dell’attività imprenditoriale di Saladino. E da lì vengono fuori quei contatti telefonici di quel giornalista con dei magistrati reggini della procura nazionale antimafia e della procura distrettuale di Reggio Calabria. E’ venuto fuori che le fughe di notizia che avevano accompagnato le indagini sul delitto di Fortugno e la strage di Duisburg vedevano contatti telefonici in orari ben precisi tra il giornalista che aveva scritto di quelle notizie coperte da segreto e quei magistrati. Si stavano facendo approfondimenti in quella direzione, ma si è fatta saltare l’indagine. Abbiamo toccato fili che scottano”. Genchi ci racconta che questo è un punto decisivo. Dopo l’uscita del libro un’inchiesta preparata da un quotidiano calabrese su questo corto circuito è saltata il giorno prima di andare in edicola. Non bisogna sapere.

Ascolta la terza parte dell’ intervista
http://www.articolo21.info/ECONEWS/genchitre.mp3


L’Avvelenata
La Calabria è una regione che ha un profondo bisogno degli interventi dello stato. Un intervento che non deve riguardare una parte politica piuttosto che un’altra. Genchi racconta: “ Tra le acquisizioni che avevamo in itinere con De Magistris alcune riguardavano un consigliere regionale dell’Italia dei Valori. Non c’era una pregiudiziale verso destra, sinistra o centro. Anche perché i politici calabresi oggi te li trovi a destra, domani a sinistra”. Clientela, povertà e corruzione.
Chiudiamo l’intervista con le ultime dichiarazioni di Spatuzza. Genchi consiglia: bisogna ripartite dai traffici telefonici nel periodo post-stragista. “ Un telefono intestato ad un incensurato, un presidente di un circolo di Forza Italia di Misilmeri, è in contatto nel 1994 con personaggi che sono stati condannati per le stragi di Firenze e Palermo. Con questo cellulare ci sono contatti anche con Spatuzza, in quei tabulati abbiamo trovato un riscontro fondamentale: il cellulare di Spatuzza. Dal cellulare dell’incensurato e di Spatuzza ci sono contatti ben precisi nelle date e nei giorni che hanno accompagnato la costituzione a Palermo dei club di Forza Italia a febbraio 1994 che precedono la prima riunione dei club di Forza Italia che si fa nell’Hotel San Paolo, costruito da Ienna per conto dei Graviano”. Genchi conclude: “ I risultati delle elezioni del 1994 segnano il trionfo di Forza Italia. Ma secondo lei per chi ha votato la mafia?”
Genchi adora la musica d’autore. “Il pescatore di De Andrè, ma anche l’avvelenata di Guccini”. E il maestrone scriveva: “ Ma s' io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso”.

Tratto da: articolo21.org

sabato 26 dicembre 2009

RYANAIR SOSPENDE I VOLI NAZIONALI IN ITALIA !!!


Dragoni per il Sole 24 Ore

La licenza di pesca mette a terra i jet di Ryanair. La compagnia a basso costo che trasporta più passeggeri di qualunque altro vettore europeo ha annunciato che dal 23 gennaio non farà più i voli nazionali in Italia, a causa dell'obbligo imposto dall'Enac a metà novembre di accettare passeggeri con documenti che possono essere anche «patenti di guida, badge lavorativi o licenze di pesca».

L'ente dell'aviazione ha definito «infondate e pretestuose» le dichiarazioni di Ryanair, affermando che «nessun vettore può operare sul mercato domestico senza rispettare l'ordinamento vigente, come peraltro ribadito dal Tar del Lazio che, con ordinanza del 17 dicembre, ha rigettato la richiesta del vettore irlandese di sospensione del provvedimento dell'ente sull'equipollenza dei documenti d'identità e riconoscimento emanato in base all'articolo 35 del Dpr 28 dicembre 2000, numero 445».

Le rotte di cui Ryanair ha annunciato la sospensione «temporanea » sono quelle domestiche che collegano le dieci basi italiane, cioè Roma Ciampino, Bergamo, Pisa, Alghero, Bari, Bergamo, Bologna, Brindisi, Pescara e Trapani. Non sono toccate le rotte internazionali, sulle quali i voli proseguiranno. La mossa di Ryanair è una protesta «contro le ordinanze dell'Enac che - dice il vettore - obbligano Ryanair ad accettare svariate e non sicure forme di identificazione per i passeggeri che viaggiano sulle rotte domestiche di Ryanair, anche se questi documenti di identità sono costituiti da niente più che licenze di pesca».

sabato 12 dicembre 2009

Ma questo PD serve a cambiare il Paese?




di Dafni Ruscetta.

“Per cambiare il PD”. Nelle settimane delle primarie era questo lo slogan della campagna elettorale del candidato Bersani, poi vincitore nell'evento clou del Partito Democratico. Le primarie - secondo il partito stesso e i media - hanno riportato una grande affluenza di elettori. Ora, proprio nei giorni in cui passa inosservata l'iniziativa “1000 piazze per l'alternativa” dell'11-12 dicembre, nata in contrapposizione al No B. Day, sorgono nuove domande.

Dovremo domandarci se con l’attuale assetto dirigenziale si possa auspicare una reale trasformazione in quel partito e del Paese. Ancora una volta la tentazione di un’inevitabile critica all'immobilismo autoreferenziale del sistema socio-politico italiano e alla sua classe dirigente trova spunti molto forti. Cercherò di esprimere alcune impressioni e dubbi in merito. Anzitutto i dubbi sulla democraticità che il “nuovo” Partito Democratico solleva.
Bisogna tornare sul punto delle primarie. In particolare la proclamazione anticipata del vincitore da parte dei soliti sondaggi pre-elettorali, che ormai rappresentano un indice influente - e abusato - delle tendenze politiche degli ultimi anni, ha mostrato come, persino per una sinistra che accusa di faziosità gli avversari e che legittimamente si scaglia contro la mancanza di pluralismo nell’informazione, il consenso sia principalmente un fatto di mezzi di controllo: anche in questa circostanza, infatti, è apparso abbastanza evidente che i media tradizionali abbiano dato maggior spazio e rilievo a certi candidati rispetto ad altri.
Inoltre non si può restare indifferenti quando in un partito, che si definisce democratico sin dal nome, è rimasta insoluta l’imbarazzante “questione Grillo”, liquidata con estrema rapidità e con insufficienti ragioni evidenti, con scarso rilievo sulla stampa e senza un pubblico confronto sulla vicenda tra i candidati ufficiali e l’aspirante ex concorrente alla segreteria.
Un aspetto non più tollerabile, d’altra parte, riguarda la dimensione di genere, che riflette la situazione generale nel Paese in varie sfere della società. Non sarebbe stato decoroso, nonché conveniente, che si proponesse almeno una donna tra le candidature alla segreteria del partito? Sarebbe stato il requisito minimo per uno schieramento che, avendo perso credibilità a livello politico, da tempo si aggrappa alla vita privata del premier, accusandolo – tra l’altro giustamente – di ostentato maschilismo. Gli esempi di altre società, da quelle scandinave a quella spagnola, mostrano che un maggior dinamismo socio-politico andrebbe interpretato proprio nel senso di una maggiore capacità di rompere schemi di appartenenza di genere. Per non parlare, poi, della laicità della costruzione complessiva del PD, schiacciata dal peso di un potere come quello ecclesiastico, che si distingue per gerontocrazia maschile.
A dire il vero, la mia impressione è che queste primarie, più che un fenomeno di grande partecipazione democratica (non è una critica all'idea in sé di dar vita a una consultazione popolare, quanto al modo scelto per adempierla), rappresentino il colpo di coda di un apparato altamente gerarchico - e gerontocratico - che non intende a nessun costo rinunciare al potere. Verrebbe da chiedersi quanto tempo possa ancora durare l’agonia politica di questo sistema. Chissà quale prezzo dovremo ancora pagare per non aver inferto, con le primarie, il colpo di grazia all’animale sofferente e quanta angoscia dovrà ancora sopportare la nostra democrazia?
Le nuove leve del PD, i vari Renzi-Civati-Serracchiani-ecc., forti di un diverso retaggio culturale – per lo meno questa fu l’illusione di molti - avrebbero essi stessi potuto contribuire al rinnovamento, se solo avessero avuto maggiore audacia. In particolare, è deludente osservare come alcuni, tra coloro che solo alcuni mesi fa avevano mostrato coraggio e autorevolezza nell’attaccare le incongruenze del sistema e che si erano proposti di “svecchiare” il partito, abbiano poi sostenuto candidature obsolete. Bisogna almeno riconoscere una certa coerenza al neo-eletto sindaco di Firenze nel non averne appoggiata alcuna.
Mi sembra che la vera emergenza di questo sistema, dunque, non sia tanto la dimensione di "professionalizzazione" del ceto politico, come sostengono in molti a sinistra, quanto la cesura che continua a vedere opposta una generazione accentratrice ed egocentrica nei confronti dei propri figli, molti dei quali non sembrano più disposti ad accettare l’inerzia che ha fatto precipitare il Paese verso una crisi di valori non solo della politica, ma dell’intero corpo sociale.
Anche le rovine del vecchio partito comunista sembrano esser state definitivamente abbandonate dalla nuova e travagliata formazione politica. In questo senso un riferimento alla dimensione sociale della vita italiana di questi ultimi anni è opportuno. È certo, infatti, che gli strumenti che il marxismo ha fornito in passato non siano più sufficienti - anzi per certi versi sono persino obsoleti - ma è altrettanto vero che alcuni elementi di quel pensiero andrebbero riconsiderati come chiave di lettura delle nuove forme di dominio, anche perché queste ultime non ignorano certo l'aspetto economico o produttivo. Disporre di una manodopera flessibile e ricattabile (che ormai non è più solo quella delle fabbriche) è un fatto assolutamente centrale, perché riduce le forme di conflittualità sociale e soprattutto la sua "pericolosità". Quello che a mio avviso è superato di quel pensiero è che non sia tanto il conflitto potenzialmente generatore di trasformazione – non la lotta di classe per intenderci - e nemmeno l'unico elemento realmente dinamico: la vera dimensione di cambiamento è quella dell’individuo (che non va confusa con l'individualismo, come ho già avuto modo di ricordare in un precedente articolo), quella dei suoi riferimenti filosofico-culturali. Servono nuovi modelli che partano dai bisogni reali della gente: la società si può cambiare favorendo la consapevolezza, la maturità, la libertà del singolo individuo e della sua coscienza, non certo assecondando la sua sottomissione a un sistema. D’altra parte le ragioni di una fiducia nella coesione sociale in alcuni Paesi del Nord Europa, in particolare quelli scandinavi per riprendere l’esempio precedente, non andrebbero ricercate tanto nella politica conservatrice quanto piuttosto in una dimensione collettiva che ha trovato per decenni espressione in una visione socialdemocratica, con un interessante equilibrio tra equità sociale e libertà individuale. In quei contesti un ruolo non periferico lo ha svolto anche la tradizione protestante della responsabilizzazione individuale, rispetto a quella cattolica della dipendenza guidata.
Uno studio realizzato dallo psicologo olandese Geert Hofstede ha evidenziato come nella maggior parte dei Paesi dell’Europa del sud, caratterizzati da un’elevata “power distance” (che misura il grado di accettazione, da parte dei membri meno influenti di una società, nei confronti dell’ineguale distribuzione del potere) i bambini siano educati da subito ad esprimere obbedienza nei confronti dei genitori e come i comportamenti che incoraggiano la loro indipendenza – diversamente da quanto avviene nel nord-Europa e negli Stati Uniti – siano pressoché inesistenti.
Ancora una volta, dunque, la dimensione culturale è quella che meglio spiega il problema di fondo della società italiana. La sfera politica degli ultimi anni, infatti, si è servita di una costante falsificazione mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo, dando vita ad un cambiamento culturale ed antropologico di lungo periodo. L’Italia, a mio avviso, non ha bisogno solo di un nuovo segretario per il maggiore partito di opposizione - se di nuovo si può realmente parlare - né di un rinnovato (anche in questo caso l’aggettivo mi sembra esagerato ) movimento politico che si collochi al centro. Tanto meno la soluzione può arrivare semplicemente dall’inserimento di volti più giovani, se le nuove leve hanno già assorbito o subìto schemi, metodologie e cultura politica del vecchio sistema, specie se hanno già svolto prolungate militanze in quei partiti politici. La segreteria dei quarantenni insediata da Bersani reca esempi evidentissimi di questi limiti.
Occorrono, in politica come in tanti altri settori, individui con una coscienza del bene comune molto elevata, in grado di assumersi importanti responsabilità, che capiscano l’urgenza di una nuova fase progettuale a livello antropologico. Per arrivare a ciò è importante servirsi del contributo e dell’impegno di varie sfere della società (educazione, media, università, spettacolo, religione ecc.), partendo appunto dalle radici, dall’individuo.
Al contempo, occorre tornare a investire in capitale sociale, nel senso di norme e relazioni che consentono alle persone di agire per il bene collettivo, favorendo lo sviluppo della cooperazione civica. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha stabilito che i Paesi in cui il capitale sociale è più sviluppato godono di un maggior livello di uguaglianza in termini di distribuzione dei redditi, di livelli di educazione e formazione più elevati, di maggior sicurezza e migliori condizioni di salute da parte dei cittadini. La partecipazione estesa di ampi strati di popolazione alle riforme istituzionali e ai vari networks sociali rappresenta la vera base per far maturare quel capitale sociale, nonché il punto di partenza nella lotta alla povertà e alla criminalità.
Ragioni storiche e culturali, come già affermato, fanno della nostra una cultura ampiamente influenzabile; pertanto non illudiamoci che un’omogeneizzazione con il nord-Europa, in quanto a potere e indipendenza, possa avvenire in un’unica fase sotto l’influenza di un incessante melting-pot culturale. E’ necessario cominciare a pensare a un microcosmo socio-culturale come a una sorta di laboratorio del futuro di questo Paese, riflettendo sui valori di una società che sta seminando odio e diffidenza tra le sue diverse componenti, prima che questi semi - come la storia insegna – inizino pericolosamente a fruttificare.


FONTI:
Geert Hofstede (1997), Cultures and Organizations. Software of the mind. Intercultural cooperation and its importance for survival. McGraw Hill.
Woolcock, M. and Narayan,D (2000), Social capital: Implications for development theory,
research, and policy. The World Bank Observer 15 (2), 225–249.

domenica 6 dicembre 2009

L'onda viola invade Roma "Ora i partiti si muovano" !!!!!!!!!!



di MATTEO TONELLI

ROMA - L'onda viola invade Roma. Afferra il testimone lasciato dai girotondini nel 2002. Passa dal virtuale al reale. Da internet alla strada. Si conta e si guarda in faccia. Gioisce e assicura: "Saremo le sentinelle della democrazia". Sferza i partiti: "Ora si muovano sul conflitto di interessi". Sventola le sue bandiere il popolo viola, grida i suoi slogan e parla di "rivoluzione". Viola, ovviamente.

In una Roma baciata dal sole si ritrovano in centinaia di migliaia. "Siamo un milione" assicurano gli organizzatori. Forse saranno meno, ma sicuramente tanti. Più delle aspettative. Nel mirino c'è lui, il Cavaliere "che è un mafioso", che "si deve far processare", che "si deve dimettere". Sventolano manette di polistirolo e striscioni che raffigurano Berlusconi dietro la sbarre. Li alzano giovani, ma anche tante gente che giovane non è. In molti hanno vissuto la stagione dei girotondi, ci hanno creduto, l'hanno vista scemare e adesso ci riprovano. Sfilano con drappi viola al collo, lontani dalle bandiere dei partiti. Quelli che oggi sono in piazza e quelli che non ci sono. Severi nel criticare un'opposizione "troppo morbida". Critici verso un Pd che oggi c'è ma non c'è.

C'è tanto rosso per le vie della Capitale. E' quello delle bandiere delle varie anime dell'universo comunista. Tornano i verdi e il loro "Cavaliere radioattivo". C'è anche qualcosa del Pd: la presidente Rosy Bindi, Ignazio Marino e qulacun altro. Sicuramente molti di più i militanti "in incognito".

Il mare viola si prende la scena. Apre il corteo con un "Berlusconi dimissioni" che è il programma e la piattaforma del movimento. Forse limitata, ma oggi basta e avanza. Il serpentone si muove alle 14 e i numeri non sembrano oceanici. Ma con il passare dei minuti il corteo si ingrosserà fino a diventare enorme. "E' il miglior corteo degli ultimi 150 anni" recita uno striscione. Un corteo dove di "antiberlusconismo come un errore" non si vuol neanche sentir parlare. Una folla che attacca Berlusconi ma non risparmia Massimo D'Alema. E che, a sorpresa, loda Gianfranco Fini.

L'onda viola arriva a piazza San Giovanni e la riempie. Tracima nella strade vicine. Si affolla intorno al palco. Di Pietro piazza le sua bandiere in prima fila, mentre l'ex pm e i suoi ostentano sciarpe viola: "Più opposizione e più piazza - dice il leader dell'Idv - il buon esempio della società civile serva alla politica per ritrovare l'unità". Rosy Bindi lo ascolta e chiosa: "Noi qui ci siamo ma non ci mettiamo il cappello. Sinceramente mi ha dato fastidio vedere le bandiere dei partiti". Le ruggine, anche oggi, resta.

Dal palco il fratello del giudice Borselino è durissimo: "Il vero vilipendio è che persone come Schifani e Berlusconi occupino le istituzioni. Schifani non vuole chiarire i rapporti avuti con la mafia nel suo studio professionale". Mentre Borsellino parla in molti agitano la riproduzione dell'agenda rossa (quella vera è scomparsa) del magistrato antimafia.

La conta prosegue. "Siamo un milione", assicurano gli organizzatori. "Solo 90mila" ribatte la Questura. La piazza salta, si spella le mani quando dal palco criticano la "timidezza" del Pd, torna a chiedere le dimissioni del premier. Ma non solo. Da San Giovanni arriva un segnale, forte, all'opposizione. "E' una festa - dice Gianfranco Mascia, che ai girotondi aveva partecipato -. Il viola è il colore che tiene insieme color che sono stufi della deriva che ha preso questo paese". Ma chi è questa gente che ha invaso Roma? "Gente che si era allontata dalla politica ma che non sono contro la politica" dice il portavoce Massimo Malerba. E da domani? "Lo decideremo insieme, ma Berlusconi stia sicuro: gli staremo col fiato sul collo".

Già, il domani. E l'eredità che questa giornata lascia alle forze dell'opposizione. Con un Berlusconi in difficoltà, capire e gestire questa spinta è la vera sfida. Che tatticismo, polemiche e "cappelli" dei partiti rischiano di vanificare.

venerdì 4 dicembre 2009

OBAMA WAR TAX – IL “SURGE” AFGANO DEL NOBEL PER LA PACE COSTA AD OGNI AMERICANO 195 $ E L’IDEA DI UNA TASSA PRENDE PIEDE


I DEMOCRATICI VOGLIONO FAR PAGARE I RICCHI, MA NANCY PELOSI TEME LA BATOSTA ELETTORALE NEL 2010 – INTANTO A WALL ST. LE INDUSTRIE MILITARI BRINDANO: IN OTTO ANNI SONO SALITE DEL 75%, IL RESTO DELL’1%…

Francesco Semprini per "La Stampa"

Dopo i soldati, i soldi. All'indomani dell'annuncio sull'invio di altri 30 mila militari in Afghanistan, negli Stati Uniti è scontro sui finanziamenti alla guerra. I rinforzi costeranno un milione a soldato, ovvero 30 miliardi di dollari in più rispetto ai 130 già inseriti nel budget per la missione che il Congresso voterà nei prossimi giorni.

A Barack Obama spetta il delicato compito di spiegare come pagherà per la guerra vincendo lo scetticismo di quei repubblicani contrari all'escalation e l'opposizione della sinistra liberal e pacifista che chiede il ritiro delle truppe. Dati alla mano, i rinforzi costano 2,5 miliardi di dollari al mese, ovvero almeno 195 dollari a contribuente, abbastanza da far raddoppiare la spesa bellica per l'anno fiscale 2010 rispetto al 2009.

Secondo il Center for Arms control e Proliferation di Washington così solo nel 2010 l'investimento per la missione sarà pari alla metà di quanto gli Usa hanno speso dal 2001 ad oggi. Cifre enormi che portano a sfondare il tetto dei mille miliardi da quando sono iniziate le guerre in Afghanistan e Iraq gravando sul già pesante debito pubblico, salito quest'anno all'85% del Prodotto interno lordo. Il rincaro arriva inoltre in una fase delicata per l'economia Usa, con una ripresa post-crisi lenta e macchinosa e la disoccupazione oltre il 10%.

«Obama e il Congresso ora devono affrontare la questione in modo credibile e veloce», avverte il New York Times in un editoriale, in cui si apprezza tuttavia lo sforzo del presidente di aver fissato un prezzo credibile per la sua escalation, e per aver promesso di lavorare con il Congresso per i fondi, al contrario di quanto ha fatto per anni George W. Bush che «cercato di nascondere il vero costo delle guerre in Afghanistan ed in Iraq».
Nancy Pelosi - democratica - speaker della Camera - esulta per la vittoria del si alla riforma

Il problema è capire dove attingere per evitare voragini di bilancio: si è parlato di tagli su altri capitoli di spesa, o del ricorso all'emissione di War Bond sul modello di quanto fatto da Franklin D. Roosevelt nella Seconda Guerra mondiale. A farsi strada nei giorni scorsi è stata l'idea di una War Tax - un modo per far pagare ai ricchi e alle grandi corporation il peso dei rinforzi - avallata da influenti democratici, ma osteggiata dal presidente della Camera, Nancy Pelosi che teme le ricadute in termini di consensi per l'impopolarità della misura. Secondo le stime i costi reali pro-capite potrebbero comunque lievitare tra i 400 e i 600 dollari entro i prossimi due anni, e sempre che tutto vada secondo i piani di Obama che da parte sua deve spiegare a quali criteri ricorrere per capire quando l'Afghanistan sarà in grado di stare in piedi da solo.

«Sebbene sia una buona idea fissare una scadenza» per il ritiro, sferza il «Times», sono forti i dubbi sul fatto che il presidente «possa rispettare la scadenza annunciata per luglio 2011». Intanto ieri in Senato, durante il capo del Pentagono, Bob Gates, dopo aver firmato l'ordine di dislocamento dei 30 mila militari, ha rivelato che i rinforzi potrebbero salire a quota 33 mila uomini grazie alla flessibilità concessa dal presidente per l'invio di «équipe mediche, intelligence, ingegneri e sminatori: ovvero tutto il personale necessario a salvare la vita dei nostri soldati».

Un incremento destinato a gravare di più sul budget e a inasprire il dibattito politico. E mentre per i revisori di Congresso e Casa Bianca si preannunciano tempi difficili, Wall Street si scandisce lo slogan «Finché c'è guerra c'è speranza». I titoli del settore Difesa e Aerospaziale contenuti nello S&P 500 hanno infatti segnato rialzi sin dalla vigilia dell'annuncio di Obama e il trend pare destinato a proseguire visto che il sottoindice di settore è cresciuto del 75% (contro il +1% di quello generale) da otto anni a questa parte, ovvero da quando Washington ha inaugurato la nuova fase bellica.

Lettera a chi vuole controllare la rivoluzione colorata viola !!!


di Pino Cabras - Megachip.

Ehi, dico a te,
Oh sì, vedrai, il 5 dicembre anche io sarò in piazza per dire che il Caimandrillo farebbe bene a preparare le valige. Non se ne può più di lui, davvero.
E anche tu – che sai tirare tanti fili - non ne puoi più di lui, l’ho capito. Vedrò tutti da vicino, avvolti dal viola di questa rivoluzione colorata,il pigmento unico che già oggi omologa un’intera collezione autunno-inverno con un'uniformità mai vista prima.

Andiamo verso i disordini e la dissoluzione della Repubblica, ma ben vestiti, e ben pettinati. Alla moda.
Viola.

E tu provi a colorare la crisi italiana proprio mentre si muove dentro una crisi più vasta. La fai viola, proprio ora che siamo al verde, e i conti in rosso. In gioco c’è qualcosa di più della sorte di un governo azzurro, nero e verde-padano. La Seconda Repubblica si trasformerà ancora, e la sfera pubblica sarà modificata da tanti protagonisti che lasceranno un’impronta costituzionale nuova. Il popolo sarà coinvolto, ma il derby vero si giocherà nell’élite. Chi sono i giocatori? Chi sono gli allenatori? Intanto, tu vuoi scegliere il coach più di tutti, come sempre.

A vent’anni dalla rimozione del muro di Berlino un nuovo scossone geopolitico sta prendendo forma. La fine del sistema sovietico – che ti lasciò a manovrare la sola superpotenza rimasta - ti aveva spinto a lanciarti nel tentativo di consolidare un nuovo secolo di egemonia mondiale, stavolta senza rompiscatole né a Mosca né altrove.

Però ce lo siamo già detto, no? Non ha funzionato.

Il corso degli eventi dell’ultimo ventennio ha dato torto a uno dei tuoi, Francis Fukuyama (la fine della storia), e ragione a uno dei nostri, Giambattista Vico (l’eterogenesi dei fini): ancora oggi, se leggi Vico, scopri che tu vuoi sì raggiungere grandiosi obiettivi, ma la storia arriva a conclusioni opposte.
È successo anche adesso.
Fai le guerre per i petrolieri, ma il prezzo del petrolio va talmente in alto che azzera il debito con cui strozzavi la Russia, al punto che ne diventi addirittura debitore. E poi fai entrare la Cina nel tuo sistema di commercio per conquistarla, ma non fai altro che accelerarne il risveglio, ed eccola lì – una vera superpotenza - a dirti che non comanderai mai in solitudine, perché non sei più la finanza angloamericana di un tempo. E anche con la Cina hai un debito, il più grande. Hai accumulato debiti un po’ con tutti, per la verità. I fasti di New York, di Londra, di Tel Aviv, si sono retti su quei debiti. E in molti si sono fatti contagiare dallo spirito del tempo. Tutta la globalizzazione si reggeva sul debito. Tutte le classi dirigenti che conquistavi seguivano la corrente. Per te, e per loro, i debiti erano una scatola nera che non occorreva conoscere. Non ascoltavi certo Paul Krugman. Né – da noi – prestavi attenzione a Paolo Sylos Labini, che ragionava su una «teoria dell’instabilità finanziaria fondata sull’indebitamento». No, meglio lasciare a briglia sciolta i “capitani coraggiosi” di ogni latitudine, per spolpare con i loro debiti le aziende, l’economia reale, i beni comuni.

La sinistra europea ha “suicidato” così i propri insediamenti sociali, i luoghi dove prima trovava la propria gente, erodendoli, facendoli anche spogliare delle parole.
Complice e stupida allo stesso tempo.

Da noi puoi vederli, questi sconfitti senza appello. Hanno nomi usurati.
Veltroni, oh my god!
Oppure D’Alema. Inservibile, anche per te, che infatti hai convocato una riunione straordinaria di uno dei tuoi club più esclusivi, il Bilderberg, per dettare qualche giorno prima i veri nomi dei tuoi maggiordomi europei.

E l’hai perfino spifferato al quotidiano economico belga «De Tijd», tu che queste riunioni le hai sempre nascoste contando sulla totale omertà dei media mainstream. È la prima volta. La crisi ti rende audace, mi sa.

Vuoi far capire che una delle impronte costituzionali decisive – nella provincia italica, come altrove – arriverà dal tuo piedone. Bilderberg. Il nome che prima non volevi nemmeno far trapelare, ma che tuttora la maggior parte di quelli che dovrebbero informarci si ritraggono dal pronunciare.
Qualcosa mi dice che le costituzioni dei vari paesi europei saranno via via svuotate da questa Europa così poco democratica che hai contribuito a plasmare. Tutti a inseguire fino all'ultimo le dichiarazioni di Martin Schultz, e i socialisti qui, e Gordon Brown là, e il peso dell'Italia, e il ruolo di Angela Merkel nella scelta del presidente Herman Van Rompuy. Alcune di quelle analisi sopravvivono ai fatti. Ma la maggior parte ignora un fatto più grosso degli altri.

Bastava che pochi giorni prima si fosse letto in che modo«De Tijd»davignon, il cugino belga del «Sole 24 Ore», descriveva i veri kingmaker dei vertici europei:
«Van Rompuy ha accettato l'invito a parlare da parte del visconte Étienne Davignon [alla riunione del Bilderberg]. Durante il pranzo, Van Rompuy ha avuto un breve contatto con Henry Kissinger, ex segretario di Stato USA».

Eccoti, con Davignon e Kissinger, mentre fai cerimonie alla riunione straordinaria del gruppo Bilderberg con la spavalderia abitudinaria di chi impone sempre l'agenda agli altri. Che ai tuoi occhi non possono essere leader, ma solo dei “coach”. Infatti lo hai sentito dal vivo, Van Rompuy, ossequioso verso il visconte che presiede il Bilderberg e verso il vecchio Kissinger, mentre diceva: «l'Europa ora ha bisogno di un coach, anziché di un leader.»

I coach puoi esonerarli. Per i leader devi sforzarti molto di più. A volte cambiano strategia.

Prendi ad esempio quello che ora hai sotto tiro, sì lui, adesso che una rivoluzione colorata ti farebbe proprio comodo, per mandarlo via. A suo tempo invece gli aprivi tutte le porte. Lo accoglievi nei circoli atlantisti. Con la sua bella tessera n. 1816 in mano, lo consideravi perfetto per americanizzare la tv italiana e americanizzare con essa la politica. Le tue banche gli davano tutto, i politici affezionati pure, ed eccolo diventare l’insaziabile corpo monarchico del nuovo sistema. Anche lui faceva la sua rivoluzione colorata. Gli Azzurri, ricordi?

Poi si è mosso anche per conto suo.
«Iddu pensa solo a iddu», prima o poi lo capiscono tutti, ma quando è tardi.

Lo sapevi da sempre qual era il suo stile di vita, le sue bagasce, le strette di mano con i boss, la sua megalomania, e così via. E tu non affondavi il colpo. Lo punzecchiavi, sì, con certe severe copertine dell’«Economist», ma era quasi un moderno “memento mori” rivolto al piccolo Cesare di Arcore.
Ora però lui fa da solo. Fa accordi con Putin e con Gheddafi, sembra un incrocio fra Enrico Mattei e un clown in preda alla satiriasi. Il clown ce lo hai fatto sopportare per anni. Ma Enrico Mattei non lo sopporti tu. Perciò, per attaccare Mattei, che potrebbe piacerci, attacchi il clown, che in effetti fa schifo.

E quindi va bene, lo voglio mandare via anche io, te l'ho già detto.

Ma non chiedermi di mettermi una sciarpa viola, come quegli ingenui ucraini che si mettevano la sciarpa arancione. E poi non chiedermi di fidarmi di te, né di Montezemolo, né di De Benedetti, o di Rutelli (oh my god!). Non chiedermi di entusiasmarmi per Di Pietro. Non pensare che mi dimentichi quali sono gli interessi nazionali, e quali gli appetiti internazionali in ballo, e la loro capacità di strumentalizzare buone ragioni. Non farmi trascurare di capire qual è il blocco sociale che ha sostenuto lui. Non farmi trascinare inconsapevolmente fino a disordini da democrazie deboli, facili prede dei poteri forti e semiforti.

No, con questo non voglio fare come il PD, che dice che se qualcuno ci va, a quella manifestazione del cinque dicembre, che faccia pure, e Bersani non sa se ci va, forse, ni, vedremo. «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?» Sempre così. Mai una posizione netta, mai una narrazione ben raccontata, in questo PD. Quando invece potrebbe inondare le piazze anche con le sue bandiere e i suoi colori. Chiamasi opposizione. E invece sono sempre lì, spiazzati. Ancora nel limbo veltroniano. Ci credo che ora anche per te questi sono limoni spremuti, energia definitivamente dissipata, entropia.

Veltroni, oh my god! A proposito di colori, «"Veltroni che colore preferisce: rosso, blu, nero, verde?" - "Scozzese"» (Daniele Luttazzi).

Perciò ci vado, il 5 dicembre ci vado convinto. Ci vado perché troverò quelli che vogliono difendere la carta costituzionale, la Costituzione degli equilibri fra i poteri, e non vogliono farsela divorare e fottere dal Caimandrillo.

Ma con loro voglio ragionare sui pericoli enormi che quella stessa Costituzione vedrà provenire anche da direzioni che non sono abituati a considerare, perché a qualcuno fa comodo che non se ne parli. Insomma: Berlusconi è un pericolo immediato, siamo in emergenza, e perciò mandiamolo via dal governo perché sequestra da troppo tempo il discorso pubblico italiano. Non dimentico però che tu, che hai determinato la crisi, proprio tu sfuggi abilmente alle critiche. Che il tipo di Europa che mi proponi – opaca come il Cremlino di trent'anni fa - non mi piace per niente.

Obama non ha nemmeno provato a tagliarti le unghie. La tua avidità si sfrena come e più di prima che la Grande Crisi iniziasse.
Non posso fidarmi di chi mi vuole illudere che una volta sconfitto Berlusconi il più è fatto. Le rivoluzioni colorate hanno lasciato tutte un campo devastato. Hanno eccitato gli animi, ma non si sono ribellate ai burattinai. A te non sanno arrivare, il colore le distrae. Il viola non farà eccezione.

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I derby politici nazionali hanno una loro utilità per distrarre dal grande cambiamento geopolitico che deriva dalla imminente crisi sistemica globale.
L’anno che sta arrivando, ci ricordano gli analisti economici eterodossi del Global Europe Anticipation Bulletin (GEAB), sarà caratterizzato dal protezionismo e dalla depressione economica e sociale. Dopo aver dato l’anima – e i nostri soldi – per salvare i tuoi superprofitti, rimarranno le scelte dolorose: l'inflazione, la tassazione elevata o ripudiare il debito.

I paesi più importanti (gli USA, il Regno Unito, i paesi dell’Euro, il Giappone, la Cina) non potranno più spremere i loro bilanci come quest’anno, nel quasi vano tentativo di stimolare il settore privato. «Il “consumatore come lo conosciamo”, negli ultimi decenni è morto, senza alcuna speranza di resurrezione».

È uno scenario che tu conosci, ma non sai affrontare con i vecchi metodi. Nel frattempo ti concedi un ultimo giro di giostra con la finanza allegra e i derivati.

Il giro sarà molto più breve delle altre volte.

Berlusconi, uomo di marketing, racconta bugie patetiche sulla fine della crisi, e sta per diventare una delle bugie più insopportabili per una democrazia. Ma anche gli altri pupi di questo teatrino non hanno idea di cosa fare.
Cosa vuol dire il GEAB quando dice che il consumatore conosciuto negli ultimi trent’anni è morto?

Il debito si è reso a lungo apparentemente sostenibile in base alle aspettative di crescita. E la crescita, secondo il modello occidentale degli ultimi trent'anni -specie in USA e Regno Unito - era quasi interamente a carico del consumo.
Nel 2008, i consumi delle famiglie erano il 70% del PIL degli USA e il 64% del PIL del Regno Unito, contro il 56% del PIL della Germania e il 36% del PIL cinese.

Ma oggi il consumatore è spinto a risparmiare i soldi, ripagare i suoi debiti e rifiutare (che lo voglia o no) il modello che gli hai propagandato negli ultimi tre decenni.
È finito questo interminabile ciclo che si basava sulla generazione del baby boom, sul consumatore-massa che riteneva acquisito per sempre il suo edonismo irresponsabile, ben protetto dai solidi sistemi di previdenza che gli avevi promesso, anche quando li nascondevi sotto investimenti azzardati nel casinò delle borse. Questa generazione trova ora una vecchiaia più povera del previsto. E la generazione che la segue ha perfino meno risorse e zero certezze previdenziali.
Niente crescita dal consumo, dunque. Finished. Kaputt.

Gli Stati, molti Stati importanti, che nel 2009 hanno aperto voragini nel debito pubblico, non potranno far altro che aumentare le imposte, togliere la museruola all’inflazione per rimpicciolire il peso del debito, oppure fare default. Sono tutte vie d’uscita dolorosissime, e possono addirittura presentarsi insieme, specie nell'epicentro della crisi, negli Stati Uniti.

Investimenti pubblici, allora? Ma con quale sostenibilità finanziaria, visto che tutti si sono spinti troppo oltre le colonne d’Ercole del disavanzo?
Il tuo sistema sarà forse salvato dalla classe media in espansione di Cina, India e altri? Saranno loro a consumare per te come facevamo noi?
L'industria del lusso in Asia è una storia di delusioni che smentisce il tuo ottimismo.

L'OCSE lo dice: la crisi costerà altri tagli nell'istruzione, nella sanità, nei programmi sociali.
Consumatori che non trainano e anzi riducono drasticamente il loro tenore di vita, Stati che non spendono e anzi tagliano risorse vitali. Banche che non prestano. Industrie che succhiano enormi risorse pubbliche e non vedono il fondo.
Ci stai lasciando un’economia zombi.

Come definire altrimenti Alitalia, Iberia, General Motors, Opel, Chrisler-Fiat, o perfino banche come CIT? Per il GEAB quasi il 30% dell’economia nel mondo occidentale è fatta di morti-viventi economici. Una percentuale mai vista prima. Mentre si rigonfia la bolla, grazie ai bailout, quando avverrà l'inevitabile scoppio questa porzione di economia svanirà. Tu nel frattempo gozzovigli ancora. La tua è pazzia.

Quando ogni posto di lavoro creato in USA costa 324mila dollari allora sai che si sta macinando a vuoto.

Per sopravvivere a una simile tempesta servirà molta partecipazione politica, molta determinazione per fare i conti con le responsabilità. Molta organizzazione, e di certo le reti fuori dai canali tradizionali aiuteranno. Non basterà ripararsi dietro il cappellino viola che piace tanto a te. Conterà molto di più l’indipendenza di giudizio sotto i berretti. Sarà una risorsa strategica importantissima, per chi non va alle tue riunioni esclusive.

martedì 24 novembre 2009

LATTE AVVELENATO – L’EX CAPATAZ DI PARMALAT VUOTA IL SACCO DAVANTI AI GIUDICI: “I POLITICI LI PAGAVAMO DAL 1960 !!!"


LE BANCHE SAPEVANO DEL FALSO DAL 2002 – POI CALISTO TANZI TORNA SMEMORINO: “FIRMAVO TUTTO MA NON SAPEVO NULLA. NON C’È AL MONDO UN CONTO SU CUI ABBIA UN EURO” - NON SA COME FINIRLA E SI SENTE MALE…

Ettore Livini per "la Repubblica"

Accuse alle banche: «Conoscevano la reale situazione di Parmalat almeno dal 2002». Messaggi ai palazzi romani: «La politica? Abbiamo distribuito soldi se non a 360 gradi a 358». E, soprattutto, tanti «non so» e «non ricordo». A sei anni dal crac di Collecchio, Calisto Tanzi ha risposto ieri a Parma per la prima volta alle domande dei pm in un´aula di tribunale.

Ribadendo la sua linea di difesa - «non mi occupavo di finanza, ho saputo del buco nei conti solo nel novembre 2003» - assicurando di non aver alcun tesoretto nascosto e alzando bandiera bianca a metà pomeriggio quando all´improvviso ha mostrato evidenti difficoltà a parlare («mi accade da sei anni») costringendo il tribunale a sospendere e rinviare l´udienza.

Lucido, in abito e cravatta scuri, Tanzi - già condannato a 10 anni in primo grado a Milano per aggiotaggio - ha ribadito la sua versione dei fatti. Puntando il dito contro il braccio destro Fausto Tonna e gli istituti di credito. La cosmesi di bilancio - ha ammesso - «è iniziata nel ‘93-94, appena dopo la quotazione».

L´ex patron ha però ribadito di non aver mai dato disposizione di truccare i conti. «Avevo tutti i poteri, certo - ha detto - , ma le operazioni le faceva Tonna, io non ne sarei stato capace. Fino all´ultimo ero convinto anch´io che in azienda ci fosse un miliardo di liquidità». Bonlat? «Non sapevo cosa c´era dentro». Le distrazioni verso il turismo? «Firmavo, ma non mi dicevano che i soldi arrivavano da Parmalat».

Tanzi ha rivelato invece una memoria di ferro quando si è trattato di chiamare in causa le banche. Su questo fronte ce n´è per tutti. Mps era a conoscenza dei guai di Collecchio «all´epoca della quotazione». «Mediobanca e Jp Morgan sapevano dei bilanci falsi a fine 2002 quando studiarono un aumento di capitale da 600 milioni». «Banca di Roma ci ha fatto forti pressioni per comprare Eurolat a un prezzo alto minacciando che i nostri rapporti si sarebbero incrinati».

Sui politici, per ora, nessun nome: «Abbiamo avuto contatti dal 1960 al 2003, prima per Odeon Tv poi per avere buone relazioni istituzionali. Abbiamo girato soldi attraverso il nostro conto Valori Bollati a tutto l´arco costituzionale», ha detto l´ex patron che ha invece chiamato fuori la famiglia: «Siamo stati utilizzati come prestanome dalle banche. E Parmalat, lasciatemelo dire, era la miglior impresa alimentare italiana». Il tesoretto? «Non esiste al mondo un mio conto o un conto di cui sia a conoscenza su cui ci sia un euro», ha concluso Tanzi.

Nella foto Fausto Tonna

DIGITALE PEDESTRE! - LA VIA CRUCIS DELLO SWITCH OFF A ROMA: ANZIANI SENZA TV, BLACK OUT A PALAZZO CHIGI.


INTERFERENZE SULLE REGIONI VICINE. L’INCREDIBILE ANNUNCIO DEL GR RAI: “NEL DECODER SELEZIONATE COME PAESE LA GERMANIA”. “IL DIGITALE TERRESTRE? E’ QUELLA ROBA CHE, PAGANDO, TI CONSENTE DI VEDERE MALE LA TELEVISIONE CHE PRIMA VEDEVI BENE, GRATIS”. RAI E MEDIASET GODONO, AFFONDATE LE TV LOCALI…


1 - LA VIA CRUCIS DEL DIGITALE "PEDESTRE" A ROMA: ANZIANI SENZA TV, BLACK OUT A PALAZZO CHIGI, RADIORAI CHE DICE DI DIROTTARE I DECODER SULLA GERMANIA
Aldo Grasso per "Il Corriere della Sera"

Ieri, l'edizione principale del Gr di RadioRai si è conclusa con uno strano annuncio: «Può essere necessario cambiare la selezione del Paese scegliendo per esempio Germania invece che Italia». Era un invito agli abitanti del Lazio in difficoltà con il digitale terrestre (Dtt). Che provassero a impostare una diversa nazione del decoder.

Germania? E perché mai? È la prima volta che la Rai ammette ufficialmente qualche inconveniente di ricezione nello switch off . Veramente, qualche sera prima, Luciana Littizzetto era stata ancora più esplicita nel salutare ironicamente l'avvento delle nuova tecnologia: «Il digitale terrestre è quella roba che, pagando, ti consente di vedere male la televisione che prima vedevi bene, gratis».

Quando i disagi sono stati avvertiti in Sardegna, in Piemonte, in Trentino, in Campania l'imbarazzo non esisteva. Ma appena il problema si è posto a Roma, il caso è diventato nazionale, ne ha parlato persino il Gr1. Per un giorno, al buio è rimasto anche Palazzo Chigi. Il risultato è che attualmente il Dtt sta illuminando una parte considerevolmente inferiore dell'area storicamente servita. Qual è la questione?

La colpa non è dei decoder fabbricati in Germania. Certi decoder hanno la sintonizzazione automatica, altri, nella fase iniziale, vanno resettati di continuo altrimenti registrano più frequenze di quante possano contenerne, per altri ancora bisogna procedere manualmente. Non tutti gli utenti hanno confidenza con i menu d'installazione. La colpa vera è che il Dtt non è il sistema più adatto e tecnologicamente più avanzato per un Paese complicato come l'Italia dal punto di vista orografico.

È soltanto il sistema che consente a Rai e Mediaset (proprietari dei sistemi di distribuzione) di conservare la supremazia nella piattaforma terrestre, nell'attesa di passare progressivamente al satellite. Bastava almeno avere il coraggio di dire che il passaggio al Dtt non sarebbe stato una passeggiata.


2 - MILANA (PD), VERIFICARE PROBLEMA INTERFERENZE NELLE REGIONI VICINE...
(ANSA) 'Il Ministero competente verifichi al piu' presto e si attivi sulle interferenze che dopo lo switch-off di Roma e del Lazio hanno colpito i segnali televisivi delle regioni limitrofe'. E' quanto dichiara il sen. Riccardo Milana del Partito Democratico, componente della Commissione di Vigilanza. 'Dalle notizie che provengono dal territorio e da numerose segnalazioni di utenti - denuncia Milana - il passaggio al digitale terrestre nel Lazio, oltre a provocare caos e disagi ai cittadini che sono stati abbandonati senza indicazioni all'avvento della nuova tecnologia, starebbe anche danneggiando le regioni vicine.

In particolare sarebbero colpite le emittenti locali piu' piccole, con problemi riguardanti sovrapposizione di segnali, interferenze e scambio di frequenze'. 'E' necessario che il Governo si accerti quanto prima -conclude il senatore del Partito Democratico - della situazione ed eviti che il calvario subito dai telespettatori romani e laziali ricada anche su toscani, umbri, abruzzesi e tutti coloro che abitano in prossimita' delle zone passate al digitale terrestre. E' bene che il Ministero si attivi anche perche' dopo la situazione economica gia' critica non si abbatta sulle emittenti colpite un ulteriore danno'.


3 - CECCUZZI (PD), PROBLEMI IN VARIE REGIONI...
(ANSA) 'Lo switch off di Roma colpisce e danneggia anche la Toscana? Il governo verifichi e intervenga'. Lo dichiara il parlamentare toscano del Partito democratico, Franco Ceccuzzi. 'Dal momento del passaggio al digitale terrestre di Roma e di gran parte del Lazio - spiega Ceccuzzi - anche i cittadini della Toscana del Sud hanno iniziato a riscontrare diversi problemi con il segnale televisivo. Interferenze sulle emittenti locali stanno provocando non soltanto un danno agli utenti che non possono seguire le consuete trasmissioni locali e in particolare l'informazione, ma anche un problema economico per le imprese televisive'.

'Il nuovo piano delle frequenze adottato per il Lazio - aggiunge il deputato Pd - sta, quindi, causando problemi anche nelle regioni limitrofe. I telespettatori segnalano annebbiamento di segnale e, in alcuni casi, l'impossibilita' di guardare i consueti canali. Dopo i gravi disagi subiti a Roma e nelle province laziali, siamo all'ennesimo danno provocato da una gestione evidentemente maldestra dello switch off romano'.


4 - FERRANTE, SWITCH OFF LAZIO CAUSA DISAGI...
(AGI) - Il difficoltoso e scarsamente organizzato switch off del Lazio sta colpendo anche gli utenti delle regioni limitrofe, in particolar modo l'Umbria. Il caos e i disagi che i cittadini romani hanno subi'to colpiscono, secondo quanto segnalano molti cittadini umbri, anche parte di una regione che ha il proprio switch off previsto addirittura nel 2012. Il ministero delle comunicazioni verifichi la situazione e si attivi sulle interferenze e i malfunzionamenti". Lo dichiara il senatore del Pd, Francesco Ferrante, che preannuncia in merito un'interrogazione parlamentare.

"Secondo le notizie che provengono dal territorio molti cittadini umbri, in particolar modo le persone piu' anziane, sono vittime della nuova tecnologia, e soprattutto della carenza di informazioni e assistenza a seguito del passaggio al digitale terrestre nel Lazio. Lamentano serie difficolta' ovviamente anche le piccole televisioni locali che, a causa di disturbi e assenza di segnale, perdono interamente il loro bacino d'utenza". "E' bene - conclude Ferrante - che il Ministero delle Comunicazioni monitori con attenzione la situazione, anche in previsione dei futuri switch off che interesseranno le altre regioni italiane e affinche' altri utenti non debbano fare le spese di un fastidiso disservizio".

INCASSARE STIPENDI NON STANCA! - IL CAPO DELL’EXPÒ LUCIO STANCA NON MOLLA I DUE COMPENSI, DA PARLAMENTARE E DA AD !!!


CI SAREBBE UNA LEGGE CHE LO VIETA, MA TANT’È.
ANCHE LA LEGA LO ATTACCA - DA QUANDO È STATO NOMINATO A MILANO, ALLA CAMERA NON L’HANNO PIÙ VISTO - (LA CASTA NON TIRA PIÙ, IL “CORRIERE” DEBORTOLIZZATO E DEMIELIZZATO CI FA APPENA UN COMMENTINO A PAG 14)…

Alessia Gallione e Oriana Liso per "La Repubblica"

Doppio incarico con doppio stipendio? Altissimo tasso di assenze in Parlamento? Su questi temi l'amministratore delegato di Expo2015, il deputato Pdl Lucio Stanca, ha le idee chiare: «Devo rispondere ai miei elettori e al gruppo Pdl, non certo a Repubblica». Una replica secca, arrivata ieri mattina, a margine di un'occasione ufficiale.

L'onorevole Stanca ha risposto così a chi gli chiedeva delle sue presenze in Parlamento, drasticamente calate dopo che, in aprile, era stato nominato al vertice della società che gestisce l'Esposizione universale. Da inizio legislatura e fino ad allora, infatti, Stanca era stato un deputato-modello (con tassi di partecipazione al voto fino al 98,26 per cento). Dopo, raccontano i dati ufficiali della Camera, tutto è cambiato: ad aprile - in contemporanea con la nomina in Expo - Stanca ha partecipato solo al 13,54 per cento delle votazioni. A ottobre il tasso di assenze è stato del 95,78 per cento.

Insomma, man mano che crescono gli impegni nella società con sede a Milano, cala la presenza in aula a Roma (ma in tutta la legislatura l'onorevole non ha mai fatto interventi, interrogazioni o interpellanze). Il suo nome è anche finito nell'elenco dei deputati Pdl da "richiamare all'ordine" per l'assenza ingiustificata del 2 ottobre, quando il governo ha rischiato di essere battuto sullo scudo fiscale.
Il sito di approfondimento Openpolis, misurando la sua "attività parlamentare", lo classifica al 58esimo posto (su 630 deputati).

Sul doppio incarico di Stanca la polemica è aperta da tempo. Poco dopo la sua nomina - voluta da Berlusconi e accolta dal sindaco Morata - il Consiglio comunale, a maggioranza, gli aveva chiesto di scegliere tra le due poltrone. «Sono convinto non vi sia incompatibilità», aveva risposto Stanca. Una posizione rinsaldata quando, il mese scorso, la giunta per le elezioni di Montecitorio, con i voti di Pdl e Lega, ha deciso di considerare compatibili le due cariche.

Ma un attacco, su questo, arriva dall'europarlamentare e consigliere comunale leghista Matteo Salvini: «La Lega ha già sottolineato che l'ad di un evento come Expo dovrebbe fare solo quello: se anche Stanca fosse sempre presente in aula sarebbe opportuno si facesse da parte».

Resta ancora un nodo: quello del doppio stipendio. A quello da parlamentare (oltre 13mila euro mensili), si somma quello da amministratore delegato e consigliere di Expó: 330mila euro lordi l'anno, più altri 150mila come parte variabile (per il 2009 Stanca ha rinunciato a questa seconda quota). Ma, attacca il deputato del Pd Vinicio Peluffo, «il problema rimane: l'articolo 3 della legge 1261/1965 vieta di percepire due stipendi».

Quella legge, mai abrogata, recita: «con l'indennità parlamentare non possono cumularsi assegni o indennità [...] derivanti da incarichi di carattere amministrativo conferiti dallo Stato, da enti pubblici, da enti privati con azionariato statale e da enti privati aventi rapporti di affari con lo Stato, le regioni, le province e i comuni». Commenta Peluffo: «Anche se l'onorevole Stanca non risponde alle domande scomode, la realtà resta la stessa».

ASSEDIO A GOOGLE – MURDOCH E GATES STANNO FACENDO LA MOSSA GIUSTA?


DEVIARE GLI EDITORI (PARTENDO DAI GIORNALI DI RUPERT) VERSO IL NUOVO SEARCH ENGINE DELLA MICROSOFT - IL BIOGRAFO DI RUPERT: “E’ UNA BATTAGLIA DISPERATA. CERCA ALLEATI, MA IL WEB HA GIÀ SCELTO”...


1- CATRICALA': "ISTRUTTORIA SU GOOGLE ALLARGATA A GOOGLE USA"...
(Adnkronos) - E' ancora in fase istruttoria il procedimento aperto dall'Antitrust, su ricorso della Fieg, nei confronti di Google per come il motore di ricerca utilizza le notizie dei giornali italiani. A spiegarlo, precisando che l'istruttoria 'si e' allargata alla societa' americana perche' quella italiana ha dichiarato di non avere autonomia decisionale' e' il presidente dell'Autorita' Antonio Catricala'.

Nel sottolineare che si sta 'ragionando su alcuni documenti', il presidente ha anche precisato che il dialogo avviene 'direttamente con Google e non con l'Antitrust americano. La nostra iniziativa e' solo nazionale', ha proseguito Catricala' che tuttavia non ha escluso che un'eventuale decisione dell'Autorita' italiana possa ispirare il comportamento di altri regolatori nazionali.


2- TITANI CONTRO GOOGLE...
Francesco Semprini per "La Stampa"

Rupert Murdoch punta ad allearsi con Microsoft per indebolire Google. Il patron di News Corp. ha avviato trattative con il colosso informatico esplorando l'ipotesi di una partnership per rimuovere dal motore di ricerca le numerose pubblicazioni del gruppo, dal «Wall Street Journal» al britannico «Times».

Un progetto che sembra far gola alla creatura di Bill Gates, perché in questo modo giornali e riviste online diventerebbero appannaggio di Bing, il «search engine» di Microsoft, principale rivale della creatura di Sergey Brin e Larry Page. Così la società di Redmond ha preso contatti con altri editori per convincerli a «de-indicizzare» i loro prodotti da Google. «È un'aggressione volta a ridurne i margini di guadagno», spiegano al «Financial Times» alcuni esperti, ovvero un tentativo di costringere Google a pagare per i contenuti delle news visualizzate.

La manovra a tenaglia di Microsoft e News Corp. ha anche un altro obiettivo: da tempo la società fondata da Gates rincorre quella di Brin e Page nel business dei motori di ricerca, e dopo anni di tentativi e milioni spesi a vuoto, Bing rappresenta la risposta più promettente al sistema di algoritmi con cui il gruppo di Mountain View domina il mercato da oltre un decennio.

Il colosso informatico ha pensato Bing, lanciato a giugno, diversificandone i campi di ricerca rispetto ai rivali, e i risultati sembrano positivi visto che a ottobre il traffico è salito al 9,9% del totale del settore, dall'8,4% del mese precedente.

Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, è pronto a investire ancora molto sul progetto, ma per scalzare il dominio di Google, che controlla il 65% del mercato, è necessario eroderne i margini di azione. In questo contesto si inserisce News Corp. strenuo sostenitore delle sottoscrizioni a pagamento per i quotidiani online - sul modello già in uso al Wsj - e da tempo in prima linea con altri big dell'informazione - come l'Associated Press - nella crociata anti-Google.

Murdoch ha annunciato che ricorrerà a ogni via legale per impedire al motore di ricerca di «rubare notizie» pubblicate sui suoi giornali. All'inizio del mese, aveva promesso che avrebbe proibito agli aggregatori di notizie, come Google, ma anche Msn o Yahoo, l'accesso gratuito completo alle notizie dei suoi giornali.

Le ipotesi sono sostanzialmente due: escludere i titoli dei quotidiani del gruppo dai link degli aggregatori, o far pagare per accedere agli articoli. Google da parte sua sostiene di rispettare le leggi in materia di copyright: «Mostriamo il necessario ai nostri utenti in modo che possano identificare gli articoli che a loro interessano».

Negli Usa, in base al principio del «fair use» (utilizzo leale), non esistono limiti alla pubblicazione di articoli di altri, in base alla libertà di espressione tutelata dalla Costituzione. La società ricorda inoltre che gli editori hanno il diritto di chiedere di essere rimossi in qualsiasi momento da Google News.

L'universo Internet è diviso sulla crociata di Murdoch e Ballmer. Secondo alcuni a beneficiarne sarà l'intero settore, incapace di individuare un modello affidabile che possa far fronte al calo di vendite e introiti pubblicitari, visto che si potrebbe creare un meccanismo per il quale i motori di ricerca pagano per indicizzare i quotidiani, valorizzandone gli stessi contenuti.

Per altri invece la strategia sarà un boomerang, visto che per testate come il Wsj, disertare Google significa perdere sino al 25% del traffico. Inoltre, il motore di ricerca ripete di non aver bisogno dei giornali per sopravvivere, perché «non rappresentano una parte importante dei ricavi».


3- MICHAEL WOLFF: "RUPERT ARRIVA TARDI...
Maurizio Molinari per "La Stampa"

È un'abile mossa di pubbliche relazioni contro Google ma difficilmente porterà a risultati concreti». Pochi conoscono Rupert Murdoch come Michael Wolff, autore della biografia «The Man Who Owns the News», ed a suo avviso l'ipotesi dell'alleanza con Microsoft «è una sorta di ultima, disperata, battaglia».

Di quale battaglia si tratta?
«Del tentativo di salvare i giornali di carta dall'inesorabile avanzata di Internet».

Perché vuole salvarli?
«Perché vuole salvare i suoi. Teme per la sorte del proprio impero. Vede il futuro della News Corporation, che include giornali e televisioni, minacciato dal dilagare dell'informazione gratuita sul web».

L'alleanza con Microsoft può aiutarlo?
«Al momento è ancora a livello di trattativa. Non so se diventerà una formale alleanza. Comunque è solo un'abile mossa di pubbliche relazioni».

Eppure si tratta di due colossi dei media...
«Certo, ma nessuno dei due ha una presenza sul web tale da poter dettare condizioni ad una nave ammiraglia come Google. La loro somma su Internet è uguale a zero».

Allora qual è la strategia di Murdoch?
«Un patto fra due grandi aziende che in comune hanno solo il nemico: Google. Per allearsi ha scelto il nemico del suo nemico».

Tutto qui?
«Tutto parte da qui. È un'offensiva di pubbliche relazioni che punta a mettere sotto accusa Google, indicandola come la principale responsabile della mancanza di entrate economiche dal web per i giornali. L'obiettivo è sfruttare il processo pubblico a Google per far scaturire un dibattito tale da aprire una strada a soluzione alternative, capaci di disegnare nuovi scenari. Murdoch parte dalla definizione del colpevole, cerca un accordo sul suo nome e pensa così di avvicinarsi alla soluzione...».

Funzionerà?
«Murdoch pensa di sì. Bisogna ricordare che a metà degli Anni Ottanta fu lui che affrontò a visto aperto i sindacati dei giornali britannici, piegandoli al termine di un lungo braccio di ferro sul quale in pochi avevano scommesso. Per Murdoch quella vittoria ha garantito la sopravvivenza della carta. Ora vuole ripetersi, puntando a piegare Google».

Cosa vuole in particolare Murdoch da Google?
«Spingerla a pagare i giornali per le notizie che vengono trovate e consultate attraverso il motore di ricerca. Vuole porre fine alle ricerche gratis perché ritiene che debbano essere a pagamento. È una richiesta senza dubbio legittima da un punto di vista economico ma ha un tallone d'Achille...».

Qual è?
«Il fatto che Rupert Murdoch non conosce il web. Non naviga, non sa di cosa sta parlando né è padrone del business dell'informazione online. Se ne sapesse solo un poco di più si renderebbe conto che la sua è una battaglia antistorica, perdente, è destinato a uscire sconfitto da quest'ultima appassionata scommessa che, all'età di 73 anni ha deciso di intraprendere».

Lei ha studiato molto da vicino il personaggio-Murdoch. Che idea si è fatto della sfida a Google?
«È iniziata da poco tempo. La sta gestendo alla sua maniera. Come una campagna molto aggressiva. Punta a essere sulla bocca di tutti. Si dedicherà fino in fondo a vincerla nella convinzione che leggere gratis sul web quanto si paga sulla carta è un controsenso. Dobbiamo attenderci nuovi, duri affondi. Punterà a guidare alleanze sempre più vaste, nobili e soprattutto popolari imputando a Google di essere una sorta di parassita che fa soldi e cresce sfruttando, gratis, le proprietà degli altri. Il tema-chiave è la tutela della proprietà intellettuale. Ma ciò che Murdoch non può cambiare è l'abitudine degli utenti del web. Miliardi di persone sono oramai abituate a navigare gratis attraverso i siti dei giornali di carta, cercando liberamente ciò di cui hanno bisogno attraverso i motori di ricerca. Non si può tornare indietro. È troppo tardi».

lunedì 16 novembre 2009

WALTERLOO CHIAGN’ E FOTTE! - VELTRONI ATTACCA I DIRIGENTI PD DEL SUD, MA ...


VELTRONI ATTACCA I DIRIGENTI PD DEL SUD, MA LA SUA FONDAZIONE SUI PREMI NOBEL È FINANZIATA DALLA REGIONE CALABRIA DI AGAZIO LOIERO - E COSÌ ANCHE WALTER HA LA SUA ITALIANIEUROPEI PER OCCUPARE L’UNICO POSTO LIBERO NEL PD: QUELLO DELL’OPPOSITORE INTERNO…

Dopo qualche mese di silenzio, Veltroni è "tornato", come ha scritto ieri in prima pagina il "Corriere della Sera". L'intervista dell'ex segretario ad Aldo Cazzullo ha segnato il rientro di Walterloo nel ring della politica, con un messaggio chiaro ai dalemiani: non starò a guardare mentre vi prendete il partito. Un occhio alle poltrone, certo, ma anche un modo per occupare l'unica casella rimasta libera nel Pd bersaniano, quella dell'oppositore interno, lasciata vacante dopo i saluti di Rutelli e l'inciucio con Franceschini.

E per la battaglia interna, D'Alema docet, servono organismi che possano fungere da cassaforte e avamposto per i propri sostenitori. Così anche l'ex sindaco di Roma può contare sulla sua "ItalianiEuropei". E' il segretariato per il Summit dei Premi Nobel, una struttura con sede a Roma in Via Aurelia 104 che fa capo all'organizzazione di cui Veltroni è presidente insieme a Michail Gorbaciov.

Le leve di comando sono in mano, oltre che a una rappresentante russa, a due fedelissimi dell'ex sindaco di Roma, con lui fin dai tempi del Campidoglio: Enzo Cursio, storico collaboratore già candidato alle comunali nella "Lista Civica per Veltroni", e Matteo Rebesani, ex responsabile relazioni internazionali del Comune di Roma e marito di Federica Mogherini, portata in parlamento da Walterloo alle ultime elezioni con relativi incarichi durante la sua segreteria del Pd. La loro presa sul segretariato risale, ovviamente, ai tempi in cui Veltroni era sindaco.

L'organizzazione è fresca di evento: la settimana scorsa, per le celebrazioni della caduta del Muro di Berlino, ha tenuto nella capitale tedesca il 10° Summit internazionale. Non un grande successo di stampa, in realtà, come accadeva invece quando i Summit erano organizzati nella cornice del Campidoglio (che ovviamente con Alemanno ha tolto il patrocinio).

Tra le poche notizie che si possono rintracciare sulle agenzie di stampa, ci sono le dichiarazioni del presidente regionale calabrese, Agazio Loiero, che a Berlino ha portato l'esperienza del "Modello Calabria" per l'accoglienza degli immigrati. Loiero? Esatto, proprio uno dei due dirigenti del Pd del Sud (insieme a Bassolino) contro cui veltroniani e franceschiniani hanno tuonato durante tutta la campagna delle primarie.

Come esempio, basta citare l'intervista di settembre al "Riformista" del veltroniano Giorgio Tonini, che scatenò pesanti polemiche dicendo che con Bersani era schierato il "partito degli scandali", "un modello che va cambiato radicalmente, quello dei Bassolino, dei Loiero, di quelli che amministrano la Puglia degli scandali". Lo stesso Veltroni ieri al "Corriere" ha ribadito: "Dobbiamo rinnovare profondamente la nostra classe politica al Sud, a partire dalle regionali. Facce nuove, prese anche dalla società civile".




Chissà perché, allora, all'iniziativa berlinese il presidente della Calabria ha avuto così tanto spazio. Per trovare la risposta forse basta andare a vedere chi sono i finanziatori del Summit: da alcuni anni tra gli sponsor principali figura proprio la Regione Calabria, unica istituzione italiana a sostenere il Summit per l'edizione di quest'anno.

TERREMOTO DEI VALORI – LA FINTA QUIETE TRA I “FRATELLI SIAMESI” TONINO E DE MAGISTRIS È STATA SPEZZATA !!!


IL CAPOGRUPPO IDV ALLA CAMERA DONADI: “DE MAGISTRIS FACCIA RETROMARCIA O LASCI” - PARDI PREANNUNCIA “UNA MOZIONE PER FARE PULIZIA” – E L’EX LEGHISTA CÈ (ORA CON IDV) PUNTA ALLA LOMBARDIA…




1- E DI PIETRO SFIDA I «SUOI» DELUSI...
Monica Guerzoni per "il Corriere della Sera"

«Com'è il clima nell'Idv? Un po' surriscaldato», ammette il presidente dei deputati, Massimo Donadi. Oggi, a palazzo San Macuto, Antonio Di Pietro parlerà all'esecutivo del partito e proverà a riprendersi la scena, chiederà agli oppositori interni di uscire allo scoperto e di sfidarlo al congresso con una mozione alternativa. Non farà nomi, ma c'è da giurare che gli occhi dei dirigenti saranno puntati su Luigi De Magistris, l'ex magistrato che sull'ultimo numero dell' Espresso ha dichiarato «io non mi calmo, è previsto un congresso e io ho una posizione di forza».

Fin qui Di Pietro ha giocato a carte coperte ed è stato bene attento a moderare i toni. Ieri a Campobasso, dove è andato per fermare l'emorragia di amministratori locali, il leader ha offerto al presunto rivale un abbraccio a distanza: «I miei rapporti con De Magistris? Ottimi e abbondanti ». I fedelissimi di Di Pietro giurano che i due si sentono «anche cinque volte al giorno » e magari è pure vero, ma in vista delle assise, il 6 e 7 febbraio, dall'ala movimentista si è mossa un'offensiva che il leader dell'Idv non può permettersi di sottovalutare.

«Le assemblee degli autoconvocati sono un fenomeno al quale il partito dovrebbe prestare maggiore attenzione», avverte il senatore Francesco Pardi. E annuncia una mozione su «conflitti di interesse e incompatibilità », con l'obiettivo di «fare un po' di pulizia nel partito». È vero che nell'Idv non c'è democrazia? «Detto così è troppo - risponde Pardi - ma bisogna combattere la rigidità di molte strutture territoriali, guidate in maniera centralistica dalle gerarchie locali. Un meccanismo che blocca il partito».

Intanto i fan di De Magistris si danno da fare. È nata a Roma «La Base Idv», una federazione di movimenti che chiede le primarie per eleggere il presidente del partito, con la speranza di disarcionare Di Pietro. Lui però sdrammatizza. A il Fatto Quotidiano ha dichiarato che gli assalti dell'ala giustizialista non sono altro che «differenziazioni».

E le fughe dal partito? «Uscite fisiologiche ». È vero che se ne sono andati i parlamentari Pisicchio, Misiti e Astore, ma forze nuove sono in arrivo. L'ex «leghista d'assalto» Alessandro Cè è pronto a correre con l'Idv in Lombardia. «Lo presenteremo con un evento a Brescia», anticipa Di Pietro.

Alla notizia Franco Grillini, ex Pd appena approdato nell'Idv, resta a bocca aperta: «Io nello stesso partito di Cè? Mi ci sono scannato alla Camera nella scorsa legislatura sui diritti civili... Era molto duro con Di Pietro ». Sulla scalata di De Magistris, Grillini rivela di avere «un sospetto». E cioè «che qualcuno stia montando le polemiche per far perdere voti all'Idv». In favore di chi? «Di Beppe Grillo - risponde il presidente onorario di Arcigay - Non a caso la base elettorale è la stessa. Ma intanto, se vuole sfidare Di Pietro con una sua mozione, De Magistris cominci con l'iscriversi all'Idv. Perché ancora non lo ha fatto».

Di Pietro si guarda le spalle, però non lancia provocazioni. Osserva che «quando un partito diventa grande c'è sempre qualcuno che ci sta stretto» e augura perfino «buon lavoro senza rancore a quelli che se ne sono andati ». Per tornare indietro non è mai tardi, aggiunge, «c'è sempre tempo per un atto di resipiscenza operosa».

Pino Pisicchio, che ha aderito all'Api di Rutelli, il giorno delle dimissioni ha incrociato Di Pietro alla Camera e racconta: «Pensavo che non mi avrebbe salutato, invece mi ha abbracciato e mi ha detto 'Ecco uno che fa le sue scelte per convinzione politica e non per opportunismo'. Sono rimasto senza parole».

2- TONINO GETTA LA MASCHERA...
Francesco Cramer per "il Giornale"

Hai voglia a ripetere a macchinetta, come ha sempre fatto Di Pietro, che lui e Luigi De Magistris sono «fratelli siamesi che lavorano insieme per costruire il partito». Se la guerra tra i due leader era rimasta più o meno sotto traccia, nelle ultime ore è esplosa con tutta la sua veemenza. A uscire allo scoperto, un pezzo da novanta del partito, il capogruppo alla Camera dell'Idv, dipietrista al 130 per cento, Massimo Donadi.

A lui il compito di lanciare l'ultimatum all'«acerrimo amico»: «De Magistris faccia retromarcia o lasci il partito». In un'intervista al Corriere della Sera, attacchi tossici all'europarlamentare: «Il risultato alle europee gli ha dato alla testa... E poi questa volontà di presentarsi come moralizzatore dell'Idv, uno che alle riunioni non parla e poi leggiamo le sue opinioni sui giornali...».

Veleno, quello usato dal megafono di Tonino, che dimostra come a quest'ultimo proprio non siano andate giù le recenti sortite dell'ex pm di Catanzaro. De Magistris, sul tema della pulizia nel partito, era uscito allo scoperto in più occasioni: «Sto contribuendo a formare una nuova classe dirigente all'interno dell'Idv»; «Mi fa piacere che il popolo della rete m'incoroni leader del partito»; (Affariitaliani, 2 novembre); «Chi pensava che me ne sarei stato buono al Parlamento europeo s'è proprio sbagliato»; «Per le regionali non mi accontento di avere candidati dal casellario giudiziario pulito, vorrei persone di altissimo livello»; (L'Espresso, 11 novembre).
lapresse massimo donadi

Sovraesposizione mediatica ma soprattutto consensi a valanga per l'ex toga lucana. Il quale, oltre ad aver fatto il pieno di voti in modo molto maggiore di quanto fatto dal padre-padrone dell'Idv, ha il suo impianto teorico in quel Paolo Flores D'Arcais, pronto a fare le pulci al giocattolo di Tonino. Da Micromega sono partite, infatti, domande imbarazzanti per il leader. Una su tutte: «Non pensa che sarebbe necessario dare un'ulteriore spinta alla democratizzazione interna arrivando a pensare a un segretario eletto dalla base attraverso le primarie?». In molti, all'interno dell'Idv, hanno visto in De Magistris l'autore di un'opa sul partito. E Di Pietro proprio non l'ha presa bene.

A ciò si aggiunga che, di recente, in molti hanno sbattuto la porta dell'Idv: Pino Pisicchio, Aurelio Misiti, Giuseppe Astore, Massimo Romano; altri, come l'ex consigliere di Di Pietro per le politiche ambientali, Giuseppe Vatinno, restano ma con il mal di pancia («Il partito è pieno di personaggi ambigui»). Sul web, poi, la base alimenta progetti di fronda chiedendo «legalità, merito, trasparenza».

Mentre c'è chi addirittura arriva a chiedere su Facebook che Tonino faccia un passo indietro per lasciar posto proprio a De Magistris. Quest'ultimo, si dice, starebbe persino organizzando al Sud una propria rete di potere. Quando è troppo è troppo. Nei giorni scorsi era stata la fedelissima di Tonino Silvana Mura a lanciare un messaggio all'ingombrante De Magistris: «Sarai un bravo pilota ma l'Idv è una buona macchina; attenti a non rompere la macchina altrimenti il pilota si trova a terra».

E ancora, sullo scontro interno: «Vengano a viso aperto, facciano una corrente e si presentino al congresso del 6-7 febbraio». Aria di resa dei conti interna, insomma.
A poco sono valsi i tentativi di Di Pietro di mettere la sordina alla baraonda in atto: «Tra noi ci sono dirigenti che hanno idee diverse e questo dimostra che non si tratta di un partito personale. Ben ci sta non uno ma 10, 100, 1000 De Magistris e altrettanti Donadi e Sonia Alfano».

Salvo poi aggiungere: «Se poi qualcuno la pensa diversamente proponga legittimamente le proprie mozioni al congresso e le faccia vagliare all'assemblea dei delegati. Poi però, altrettanto sensibilmente, rispetti la volontà della maggioranza: questa è la democrazia». Lanciato il guanto di sfida, il leader ha lasciato che fossero i colonnelli a sparare le altre cartucce.

In primis il capogruppo al Senato, Felice Belisario: «Dobbiamo capire che siamo una grande squadra che può di volta in volta annoverare nuovi calciatori fuoriclasse che devono però evitare di fare autogol». Più esplicito Luigi Li Gotti: «Chi è acerbo di politica come De Magistris pensa forse che tutti i luoghi siano buoni per affrontare qualsiasi argomento. È De Magistris che non ha colto, forse perché non è iscritto, cosa significhi un partito con le sue strutture».

Per l'ex magistrato campano ha parlato invece la sua fedelissima Sonia Alfano: «Le parole di Donadi? Assolutamente fuori luogo. Il partito recepisca le richieste che vengono dalla base». Chi vincerà il derby tra i due ex pm? Molto probabilmente Tonino, in grado di controllare ancora i gangli dell'Idv. «Due cose sono certe, però - ammette un dipietrista - sarà un bagno di sangue e Di Pietro perderà un bel po' di suo elettorato».

martedì 3 novembre 2009

MIRANDOLA - «Al via la differenziata anche in stazione»









Mentre proseguono i lavori di riqualificazione, un nuovo accordo fra Ferrovie dello Stato e Comune di Mirandola ha consentito di avviare in stazione la raccolta differenziata dei rifiuti.

Ventisei nuovi cestini di diverso colore per carta (bianco), alluminio (azzurro), plastica (giallo), altri rifiuti (verde) e una nuova area di raccolta appositamente attrezzata nei pressi della stazione, consentiranno ai viaggiatori di dare un piccolo contributo in più alla salvaguardia dell’ambiente.
Grazie all’impegno di Mirandola, si estende in Emilia Romagna il circuito delle stazioni attrezzate per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Il progetto di Rfi (Rete Ferroviaria Italiana - Gruppo FS), avviato a marzo 2007, conta oggi in Emilia Romagna ben 58 stazioni, circa la metà del totale.
Un risultato che supera quello delle altre regioni, a testimonianza della grande sensibilità delle amministrazioni locali al tema dell’ambiente

Quello di Rfi è un segnale da cogliere con soddisfazione.
Il nuovo sistema, che contribuisce a promuovere la raccolta differenziata dei rifiuti, invita tutti a un gesto di responsabilità civile.

I nuovi contenitori ci permettono di vivere al meglio uno spazio aperto alla comunità troppo spesso considerato solo come semplice luogo di passaggio.

La gestione efficiente dei rifiuti di stazione rappresenta un significativo contributo per migliorare il bilancio ecologico del Paese, basti pensare che solo nelle principali stazioni della rete nazionale vengono raccolti ogni giorno circa 21.700 kg di rifiuti.




Il Sandrone

sabato 31 ottobre 2009

SAN FELICE - Preoccupazione per l’impatto economico del deposito GAS RIVARA !!!


Rinunciare al progetto del deposito gas di Rivara per salvaguardare l’economia del territorio che rischierebbe pesanti ripercussioni economiche.
Dopo il no incassato dalla commissione tecnica provinciale, per il deposito Erg-Igm che dovrebbe sorgere a Rivara di San Felice arriva anche la bocciatura degli operatori economici dell’Area Nord.Con una nota Confesercenti ha invitato la società promotrice a rinunciare al progetto.«Sarebbe una decisione che permetterebbe di superare una dannosa fase di incertezza che sta pesantemente
condizionando le scelte per il futuro del territorio - dicono i vertici di Confesercenti - La valutazione
della Provincia va a sommarsi all’avversità manifesta nei confronti del progetto da parte di tutte le forze politiche,sociali ed economiche della zona, nonché dei residenti:la sua realizzazione non rappresenterebbe alcuna soluzione ai problemi attuali di approvvigionamento gas,mentre andrebbe a soddisfare l’interesse di poche persone a scapito dell’intera collettività».

Per Confesercenti l’ok al deposito significherebbe anche pesanti ripercussioni dal punto di vista economico.«L’unica certezza sarà l’impoverimento del territorio,con ricadute negative sul valore di abitazioni e attività commerciali, determinando anche un probabile aumento dei costi assicurativi – continuano dall’associazione di categoria – A Rivara,da quando si è iniziata ad ipotizzare la realizzazione di tale impianto di stoccaggio, nessun costruttore investe più sul territorio e chi l’ha fatto ha gli immobili vuoti o invenduti.
Nessuno è in grado di prevedere l’impatto che potrà avere sulle attività agricole,settore rilevante dell’economia della zona.
Senza contare che l’eventuale realizzazione dell’impianto contrasterebbe pesantemente con tutti gli sforzi e le politiche di valorizzazione e promozione territoriale, portati avanti fino ad oggi da autorità locali e associazioni di categoria,con dispendio di energie e risorse economiche.
Inoltre sono poche le certezze dal punto di vista occupazionale: anzi qualora si innescasse un meccanismo di impoverimento della zona si rischierebbe un processo inverso».

La morte di Stefano Cucchi, La Procura di Roma indaga per omicidio preterintenzionale!


31 ottobre 2009
Omicidio preterintenzionale. A nove giorni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi, la Procura di Roma ha deciso di procedere in questa direzione. A carico di ignoti, per il momento: il pubblico ministero Vincenzo Barba vuole andare fino in fondo rispetto ad una vicenda che presenta non pochi lati oscuri. In Procura sarebbero già stati sentiti i carabinieri che hanno arrestato il ragazzo, il medico della città giudiziaria che lo ha visitato subito dopo l’udienza di convalida dell’arresto e alcuni agenti della polizia penitenziaria che lo hanno preso in custodia.

Dopo la pubblicazione delle foto del cadavere di Stefano Cucchi, come era prevedibile, si è scatenata una vera e propria bufera. Ogni soggetto coinvolto ribadisce la propria correttezza e scarica le presunte responsabilità. La sensazione che si ha, però, man mano che inizia a trapelare un filo di luce su quanto accaduto, è che l’unico ad essere stato davvero scaricato è un ragazzo che il primo ottobre ha compiuto 31 anni e che 21 giorni dopo è morto in un letto d’ospedale. Senza il conforto di nessuno. Troppi i buchi neri che l’indagine giudiziaria dovrà chiarire.

L’arresto e il 118
Stefano Cucchi viene arrestato la notte tra il 15 e il 16 ottobre perchè trovato in possesso di una ventina di grammi di droga. I carabinieri mettono a verbale le dichiarazioni di un giovane, E.M., che sostiene che “l’arrestato viene cercato da possibili utenti per rifornirsi di sostanze stupefacenti”. Segue una perquisizione domiciliare, durante la quale i militari non trovano altra droga. Stefano è accompagnato in caserma. Sono passate le 3 di notte. Poco dopo dichiara di sentirsi male. I carabinieri a quel punto chiamano l’ambulanza. Il giovane rifiuta però le cure mediche sul posto e l’accompagnamento in ospedale e chiede di essere lasciato dormire. Il medico, che rimane lì una mezzora, referta uno stato epilettico e un malore diffuso. Sono le 5. Poche ore dopo, Stefano viene svegliato per essere accompagnato in ospedale, dove arriva con gli occhi tumefatti. “Aveva dormito poco - ha spiegato ieri sul Fatto Quotidiano il comandante della Compagnia Casilina, maggiore Paolo Unali - e poi le camere di sicurezza non sono alberghi a 5 stelle”.

L’udienza e la caduta
In Tribunale, riesce ad abbracciare il padre, poi comincia l’udienza. Stefano assiste vigile. Inspiegabilmente, nella sentenza di convalida, il giudice dispone la custodia cautelare in carcere “non potendosi ritenere idonea o possibile una misura meno grave”, in relazione alla mancanza di una fissa dimora, come “risultante con certezza dagli atti”. Sembra dunque essere sparita ogni traccia della perquisizione domiciliare.

Subito dopo, però, Stefano viene visitato dal medico di turno nella città giudiziaria. Le sue condizioni sono già critiche. Il referto medico delle 14.05, attestandone l’idoneità alla detenzione, evidenzia però ecchimosi, lesioni oculari e lesioni alla schiena. Il giovane rifiuta di essere trattato, ma dichiara di essere caduto dalle scale. Un’affermazione ribadita anche al medico del carcere di Regina Coeli, che lo visita immediatamente. Al suo arrivo, infatti, Stefano dice di star male, di sentire freddo, tanto da ricevere una tazza di cioccolato caldo da un agente penitenziario. La magistratura accerterà la verità, ma i misteri giudiziari di questo paese sono pieni di cadute: a volte si cade per evitare conseguenze peggiori.

I colloqui negati
Il medico del Regina Coeli dispone l’immediato ricovero nel centro clinico del penitenziario, che dopo due ore si trasforma in un ricovero al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Secondo le testimonianze, Stefano avrebbe poi chiesto di rientrare in carcere. Da lì, però, si è reso necessario il trasferimento nel centro detentivo dell’ospedale Sandro Pertini. “La struttura è una palazzina a sè stante - spiega il direttore sanitario della Asl Rm/B, Antonio D’Urso - al suo interno c’è un reparto di medicina avanzato, con elettrocardiografi, posti letto monitorizzati, e con personale qualificato . Nel momento in cui i detenuti degenti hanno bisogno di accertamenti, vengono accompagnati dal personale sanitario e dagli agenti di vigilanza all’interno dell’ospedale”. Stefano Cucchi arriva al Pertini in condizioni critiche. Nei giorni scorsi si è detto che abbia rifiutato il cibo. “Posso dire soltanto che ha avuto un atteggiamento oppositivo, poco collaborativo, anche rispetto alle cure”, racconta ancora D’Urso. I famigliari hanno denunciato come, durante i giorni che precedono la morte, più volte abbiano cercato di parlare con i medici per capire cosa stava accadendo; una possibilità che, a loro dire, sarebbe stata negata in mancanza di un’autorizzazione da parte della Procura. Ma l’autorizzazione per parlare con i medici non serve. Anche qui un rimpallo di responsabilità. “Questa è un’anomalia - afferma D’Urso - non abbiamo mai ricevuto segnalazioni da parte di famigliari, che, quando arrivano nel centro detentivo, citofonano e chiedono agli agenti penitenziari. Del resto, i medici escono dal reparto, si possono incontrare anche all’esterno. Una dottoressa mi ha detto che non erano stati messi al corrente che la famiglia volesse parlare con loro”. “Non è nella facoltà del poliziotto penitenziario di servizio impedire il colloquio con i medici - risponde il segretario generale del sindacato Osapp, Leo Beneduci - gli agenti avranno eseguito una disposizione, ma non so dire di chi”.

La relazione alla Procura
All’alba del 22 ottobre Stefano Cucchi muore. Il primario del centro chiama immediatamente il pubblico ministero di turno e lo avvisa che la salma è a disposizione dell’autorità giudiziaria. “La causa della morte deve essere stabilita dal medico legale e non da noi - afferma ancora il direttore della Asl, D’Urso - in ogni caso il decesso è intervenuto inaspettatamente e improvvisamente. I medici non si aspettavano un’evoluzione così rapida e drammatica”. Eppure, il giorno precedente, la direzione della struttura ha inviato una comunicazione alla Procura nella quale si evidenziano le condizioni cliniche del paziente. “Non gravi ma critiche, era una condizione da studiare con attenzione”, conclude D’Urso. Non si è fatto in tempo a farlo.